L’ombra di Goldman sul futuro di Facebook

9 gennaio 2010 – Il Caffè

Mentre un film verità rivela i retroscena ingloriosi della lotta tra un gruppo di studenti di Harvard per il controllo di Facebook, Goldman Sachs valuta la compagnia a 50 miliardi di dollari. Molti analisti reputano questa cifra troppo elevata anche se gli ultimi dati di crescita confermano la popolarità mondiale di questo social forum. Fino ad ora Facebook è insieme ad Apple e Microsoft la più spettacolare favola a lieto fine della globalizzazione. Alla fine del 2010 la sua web contava 600 milioni di utenti attivi, di cui 230 milioni accedono al sito attraverso telefonini, iPad ed altri strumenti elettronici mobili. Nei prossimi anni il numero di costoro salirà, come si prevede che aumenterà il tempo trascorso in rete da ogni singolo utente collegato al suo profilo o a quello di altri. La valutazione di Goldman, però, potrebbe essere volutamente alta perché la banca conta di vendere parte della percentuale di Facebook che detiene a nuovi clienti, purché siano disposti ad investire un minimo di 2 milioni di dollari a testa. Attraverso un suo hedge fund, Goldam Sachs Investment Partners, Goldman detiene azioni per un valore di 525 milioni di dollari, di cui circa 375 milioni apportengono alla banca e non ai clienti. Goldman ha dichiarato che non avvertirà la clientela che è già azionista di quando intende vendere. Dato che Facebook non è un’impresa pubblica la compravendita non avviene sul mercato pubblicamente ma privatamente a prezzi stabiliti dalle controparti. Non solo il mercato non si accorge delle transazioni ma è difficile stabilirne il valore reale come quello delle azioni. La contabilità ed i controlli delle imprese private non sono soggetti al sistema di controllo internazionale. La vendita di una quota di Facebook da parte di Goldman può avere un impatto negativo sul valore azionario della società e quindi sull’investimento dei propri clienti. Nel 2007 la banca ha dovuto pagare una multa di 550 milioni di dollari per un’operazione che coinvolgeva Abacus, legata alla cartolarizzazione dei mutui americani, perché non ne aveva informato i propri clienti. L’operazione era una speculazione contro questi prodotti. La banca ha quindi guadagnato speculando contro i propri clienti che detenevano azioni legate ai mutui subprime. A distanza di tre anni la storia sembra stia per ripetersi.

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